Settembre 2004
Siamo a Mahdia, un centro turistico nel golfo di Hammamet. Il nostro albergo è grandissimo, il soffitto della reception di legno è maestoso, ci sono specchi enormi e lunghe lampade sospese; attorno al corpo centrale due piscine con addirittura i ponticelli, da dove si diramano piccoli vialetti che portano a palazzine di 2 piani dove ci sono le camere, molto spaziose. Tanto sfarzo ma per una intera settimana, costretti al ristorante dell’hotel con la famigerata formula “all inclusive” abbiamo mangiato poco e niente!

Almeno, la spiaggia sulla quale si affaccia l’hotel, è sabbiosa, bianca e lunghissima; il mare caldo è calmo e di un bellissimo colore turchese.

In completo relax, trascorreremo qui la nostra vacanza medio-orientale;
nella sala giochi dell’albergo c’è un vecchio biliardo e approfittando dei ricordi di gioventù di Daniele diventa il nostro passatempo serale.
Davanti all’hotel corrono rumorosi sciami di motorini e motorette che fungono da taxi e ti portano in centro paese; ne prendiamo uno e si rivela un’esperienza indimenticabile: il mezzo è una specie di “Ape” ma completamente scoperta: si sale in quattro, due davanti e due dietro, il giovane autista tira e allenta con le mani un filo collegato all’acceleratore o al freno (il panico è tale che non riusciamo a capire: Corre come un pazzo con incosciente spensieratezza fra asini, altri motorini e persone; la signora seduta accanto a me impallidisce ad ogni curva ma nessuno osa parlare, fino a quando il “taxista” finalmente si ferma e ci fa scendere con un sorriso chiedendoci 2 euro a testa per la “corsetta”.
Mahdia

Iniziamo la visita alla città: i tipici capannelli di uomini seduti nei bar, le donne raccolte davanti alle porte delle loro case; mi colpisce la quantità di saloni da barbiere nelle strade, addirittura più dei bar. In sottofondo, nel calore estivo, i clacson segnalano un matrimonio islamico profumato da tanti fiori di gelsomino.

Camminando nel centro abitato ci ritroviamo in un cimitero “marino”, nel senso che il terreno seminato di semplici lapidi di pietra, degrada lentamente sul mare, senza protezioni o muri di cinta, fondendosi naturalmente nello spirito del paese.
Oggi è giorno di mercato, così entriamo nella medina. Per Daniele è tutto nuovo essendo il suo primo mercato arabo; è affascinato dagli odori e dai colori delle spezie. Non pensava ne esistessero così tante … poi


oggetti di piccolo artigianato, il vicolo dell’oro e delle pietre preziose

ed infine il mercato del pesce; dalle bancarelle cola l’acqua usata per lavare i pesci fino ad arrivare ai nostri piedi. Ci allontaniamo rapidamente ma finiamo al mercato dei polli, dove gli tirano il collo seduta stante, appena prima di venderlo. Recuperiamo un po’ di normalità passeggiando fra i colori sgargianti della frutta e della verdura.
El Jem

Questa mattina sveglia presto e con un autobus andiamo in piazza a Mahdia, per prendere un mezzo che ci porterà a El Jem. Non ci sono mezzi pubblici così decidiamo di prendere un taxi; ne troviamo uno e contrattiamo il prezzo che tutto sommato, per una quarantina di Km, ci pare accettabile, anzi economico. Questa volta il “taxi” è un furgoncino familiare molto spazioso. Dopo un paio di chilometri si ferma e accanto all’autista si siede un signore molto anziano vestito con la jallabia (abito arabo lungo fino ai piedi) ed una corona in mano. Pregherà tutto il tragitto. Poco dopo altra sosta: salgono due donne ed un bambino; ci stringiamo ma una delle signore ha una gabbia con dentro due galline che faranno da divisorio tra me e lei. Io e Daniele restiamo a bocca aperta … e capiamo il perché del buon prezzo.
Arriviamo ad El Jem (Thysdrus in latino); ora è una piccola cittadina, un tempo era una delle città più importanti del Nordafrica ; qui si trova il più celebre anfiteatro romano (dopo il Colosseo) ancora esistente ed in perfette condizioni di conservazione. Fù costruito intorno alla metà del III secolo d.C. e molti dei suoi blocchi furono poi utilizzati per contribuire all’edificazione della Grande Moschea di Al-Qayrawan (Kairouan). Già al di fuori ci appare stupendo: una grande scalinata ci porta all’entrata,

al centro dell’arena si vedono le stanze dove una volta venivano messi in gabbia gli animali per i combattimenti (questa parte è molto più intatta e accessibile rispetto all’equivalente del Colosseo di Roma). Saliamo ai livelli più alti dell’anfiteatro dove si gode una vista panoramica eccezionale sulla campagna circostante.

Il materiale utilizzato per costruire l’anfiteatro è il “tufo africano”; l’effetto della forte luce solare che lo colpisce è abbagliante. Restiamo affascinati da questo straordinario e naturale monumento di luce.

Curiosità
Diverse scene de “Il gladiatore” sono state girate in questa cornice.
Dal 1979 dichiarato Patrimonio dell’Umanità
Port El Kantaoui

Una mattina ci aggreghiamo a un mini-tour organizzato dall’albergo per visitare, prima di tutto, Port El Kantaoui, un piccolo centro marittimo ricco di fiori e colori (Kantaoui in arabo vuol dire giardino). E’un vero e proprio giardino sul mare: al porto eleganti bar con tavoli all’aperto, yacht di un certo stile, insomma un’atmosfera da dolce vita.

Ripreso il tour, ci scorre dal finestrino l’argento degli uliveti e in tutta la sua luce il cielo azzurro, paesaggio tipico dei paesi del sud.
Sousse


Il centro di Sousse è un amalgama di strade strette e bianche, fresche e tranquille;
incontriamo bambini che giocano, uomini e donne che passano silenziosi.

. Tutto è in contrasto con la piazza dove si respira un’atmosfera medievale: c’è animazione, venditori d’acqua, la voce del muezzin ed il suono delle preghiere dalla moschea.
Seduti vicino alla fontana, all’ombra dell’impressionante fortezza del Rabat ci siamo riposati godendoci un piacevole tramonto; penso di aver stretto Daniele e di averlo baciato con tutta la mia dolcezza e ringraziato di essere lì, con me.











