Libia 1999

Da non molto è finito l’embargo, ora gli aerei stranieri posso atterrare a Tripoli. E’ un viaggio che sognavo da tempo, dopo esser stata nel Sahara algerino, fra le dune rosa dell’Erg ‘Admer, volevo riscoprire le sensazioni  che si provano nel deserto.

Partiamo da Milano Malpensa in una comitiva di 12 persone; ci si conosce solo a gruppetti di due o tre, ma  la curiosità e l’interesse per questo viaggio ci fa da subito stringere amicizia. Ad attenderci in aeroporto di Tripoli c’è la nostra guida Oriana Dal Bosco, una giovane ragazza con lunghe esperienze in Africa e nel Sahara, che ci farà scoprire gli usi e costumi di questa terra aiutandoci ad amarla.

La Libia, in questo momento, è forse l’unico paese arabo dell’area Mediterranea con una certa “apertura” verso la cultura occidentale, dove il turista può avvertire le stesse emozioni dei viaggiatori dei secoli passati; questo privilegio ci farà superare i vari disagi incontrati durante il viaggio.

Tripoli – Nalut

Si parte in pullman, lasciando alle spalle la città di Tripoli; la strada corre dritta fra pianori  prima verdi e poi sempre più brulli; la terra cosparsa solo di cespugli, qua e là pecore e capre. Parallela alla strada corre  una  gigantesca tubatura di acqua e gas che arriva fino al sud della Libia. 

Oltre ad Oriana per tutto il nostro tour ci accompagneranno due Signori Libici, un poliziotto e una guida locale, entrambi estremamente gentili.

Arriviamo a Nalut, l’antico villaggio berbero abbarbicato su uno sperone roccioso che, da visto da lontano, sembra costruito sul tetto del mondo.  Dall’esterno lo “Ksar” appare come un castello, ma una volta entrati ci si trova in un granaio  fortificato con celle impilate su cinque piani, collegati da strettissime vie.

Nalut – Gadames

Ripreso il pullman, il panorama non cambia! Ma la nostra attenzione è richiamata dalla visione di un film che obbligatoriamente, per ordine del Presidente libico Gheddafi, viene proiettato a bordo per intrattenere “liberamente” i turisti italiani. Si tratta di “ Il Leone del deserto”,  film sulla “colonizzazione italiana in Libia”, una delle pagine più tristi della nostra storia.

Ci fermiamo per il pranzo in un  vecchio Hotel costruito da italiani; la reception conserva ancora la bouserie di mogano ed i bagni sono in marmo di Carrara; i tavoli del ristorante, allestito in una veranda chiusa, hanno una cerata di plastica dove appena appoggi le mani si incollano. Nonostante i ventilatori, le mosche svolazzano e sul pollo che ci viene servito evitiamo commenti, perché almeno ci è offerto condito da grande gioia e molti sorrisi. A quanto pare siamo i loro primi turisti e partiamo augurando loro prosperità.

Gadames

Dopo chilometri di “nulla”, come un miraggio appare all’ orizzonte una macchia di palme verdi, un’isola in mezzo alla sabbia, Gadames,  la perla del deserto.

Qui il tempo si ferma: proprio come raccontato nel libro Libia Mediterranea di Oriana Dal Bosco e M.T. Grassi,

“entrare nella città vecchia vuol dire entrare a far parte di un sogno, permeato di una tranquillità quasi irreale, le stradine sono corridoi bui e freschi, dove la temperatura è costante tutto l’anno, le sette porte della città, sono poste in modo da formare costantemente correnti d’aria che riscaldandosi salgono verso l’alto, trovando sfogo nelle numerose torrette che sono anche gli unici punti da cui la luce del sole riesce a filtrare.

Inoltre le viuzze sono a zig zag per bloccare in caso di vento l’entrata della sabbia. L’unica voce che a Gadames  si sente sempre è quella dell’acqua,  ancora oggi i canali portano acqua cristallina per irrigare i giardini dove svettano al cielo palme di dattero.

Una volta arrivati alla piazza del gelso sedetevi sui gradini di pietra e chiudete gli occhi  e lasciate scorrere le immagini della fantasia e godetevi un momento di riposo riscaldandovi al sole che qui grida la sua forza dopo essere stato vinto dall’ingegnosità dell’uomo” 

Dopo tanta bellezza nessuna rimostranza  all’albergo dove, nella camera di tre persone, c’è solo piccolo asciugamano. Nessuna lamentela nemmeno al telefono pubblico dove, per una brevissima telefonata a casa, ci aspetta  un’attesa di circa 2 ore.

Wadi Mathandosh

Questa mattina escursione al wadi Mathandosh.  Fa molto caldo ma la bellezza delle pitture rupestri  riesce a catturare la mia  curiosità: in mezzo a solamente rocce e sabbia, scene di caccia con diversi animali, elefanti, giraffe coccodrilli ed ippopotami. Incredibile!

Ceniamo a Germa  e  un uomo alla locanda ci insegna che per neutralizzare il bruciore del peperoncino che ha messo nella “sopa”, una zuppa del luogo, bisogna spremergli dentro un po’ di limone. Questa sera, per l’escursione termica, fa un po’ freddo.

Laghi Mandara

Si parte con la jeep e dopo un breve tragitto su distese di ghiaia (Serir),

senza nessuna via tracciata, ci troviamo davanti un immenso spazio … Ecco le prime dune sabbiose (Erg), ecco il deserto. Scendo dall’auto e  mi incammino  passo  dopo passo. Sabbia e cielo, l’aria è leggera e pura ed io mi sento un granello in mezzo agli altri granelli; nessuna parola può rendere l’incanto di questo momento: piango e prego.

Dopo una buona mezz’ora in contemplazione e silenzio, ritorniamo alla jeep per riprendere il nostro percorso addentrandoci sempre fra le dune, verso i cosiddetti Laghi del Deserto, i laghi Mandara, a sud –est dell’Erg di Ubari.

Una ruota si insabbia e restiamo bloccati: Francesca Giulia, Mariuccia ed io, più la nostra guida-autista, iniziamo a spalare sabbia da sotto la ruota, un po’ come si fa con la neve dopo aver posato sotto la ruota una asse di legno; spingendo,

finalmente la Jeep si muove e possiamo ripartire. Ce la siamo vista brutta, anche perché il resto della carovana…. era sparito!?

Che meraviglia il laghi! Incastonati ai piedi delle dune, circondati da palme. Uno è di colore viola, ma mi assicurano che cambia colore a seconda delle ore della giornata.

Sotto ad una tenda, adibita a ristoro, ci sono dei tuareg che stanno cantando al suono cadenzato dei bonghi. Le donne  intrecciano bracciali con perline coloratissime mentre da una duna altissima alcuni bambini si divertono a scende con degli sci improvvisati.

Fezzan

Continua la nostra meravigliosa avventura nel Fezzan (deserto libico). Ormai abbiamo raggiunto il sud del paese, al confine con il Niger. Lasciate le jeep ci incamminiamo fra maestose dune di sabbia, di color giallo-arancio leggermente spolverate dal vento.  

 Ecco spuntare dal suolo rocce erose dalle forme più bizzarre, pinnacoli e archi pietrificati.  Siamo nell’Acacus e anche qui artisti preistorici ci hanno tramandato  pitture e incisioni di vita di caccia. Nonostante la stanchezza, (camminare nella sabbia è molto faticoso) il mio sguardo, spinto dallo stupore, non si vuole fermare. Mille e mille anni di vento hanno plasmato la roccia ed ora, sotto questo cielo, c’è un museo naturale.

Dormiamo in tenda presso un’oasi e all’alba una fresca brezza fa suonare le dure foglie dei palmizi. Credo che la bellezza di questo mattino, la ricorderò negli anni .

Ritorno a Tripoli

Ripercorriamo la strada per tornare a Tripoli, ci fermiamo in qualche villaggio dove  all’ingresso troneggia sempre la fotografia cubitale del presidente Gheddafi.  I bambini ci sorridono ma nessuno ci ha mai chiesto qualcosa. Anzi, è addirittura proibito regalare anche una sola penna biro o caramella.

Nel caso ci si dimenticasse queste regole, in ogni albergo, sul comodino, anziché la Bibbia c’è il Libro verde (in tutte le lingue), un testo nel quale lo stesso Gheddafi espone la sua visione della democrazia e dell’economia.

Tripoli

Nonostante il brutto ricordo del periodo coloniale, nella città di Tripoli, molti anziani ancora ricordano la lingua italiana e nella loro cucina ufficiale c’è la nostra “pastasciutta”.  La strada che corre lungo tutto il paese, da nord a sud per centinaia e centinaia di chilometri,  è stata progettata e costruita da ingegneri ed operai italiani.

Alla Moschea Gurgi l’anziano guardiano ci chiede se una volta tornati a casa possiamo spedirgli dei medicinali, e poi ci sorride. Qui la maggior parte delle donne non portano il velo, frequentano i bar, le librerie sono gremite di ragazzi.

Una città moderna insomma.

Visitiamo la Medina, l’hammam (le Terme) dove stanno dipingendo con hennè un minuzioso mosaico sulle mani ad una donna che domani andrà in sposa… Stupendo!

Leptis Magna

“ Sfreccia d’un tratto nel cielo, un aereo da caccia dalla vicina base militare, inglese o americana, lasciando la sua scia candida nel cielo profondo. E ci vien da pensare che il costo equivalente a quello di un’ala di quell’apparecchio, sarebbe sufficiente per poter rialzare tutte le colonne, tutti gli archi con i loro clipei di Gorgoni e Scille, del foro severiano . E’ un pensiero da archeologo, lo riconosciamo. Ma forse non dobbiamo scusarci, se insieme alla pace e alla giustizia, amiamo anche la bellezza e i documenti della storia dell’uomo”

Tratto da   Introduzione a Leptis  di Ranuccio Bianchi Bandinelli

Sabratha

 Di Sabratha ricordo un dolce tramonto sul mare, parlando di Apuleio fra le colonne del  grandioso teatro.

Un ultimo saluto e un ringraziamento alle nostre guide e  ai libici che ci hanno accolto ovunque con disponibilità e gentilezza.

Resterà per un altro mese, insieme al vivo ricordo di questo viaggio, un delicato disegno floreale fatto con l’hennè sul dorso della mia mano.