“ Sul lungomare di Beirut i venditori di pistacchi e di dolci al miele sono felici: finalmente possono percorrere con i loro carretti tutta l’Avenue Paris senza dover schivare i proiettili dei cecchini. Dopo venti anni di guerra, nella capitale libanese non si spara più, sono scomparsi i miliziani, si è dissolta la famigerata “ linea verde” che separa la Beirut cristiana da quella musulmana”
Tratto da ” Alle radici dei cedri” 1995
Due anni dopo, nel 1997, in questo clima di pace, con un gruppo di amiche Mariuccia, Carla, la mitica Egidia ed altri compagni di viaggio provenienti da tutta Italia, decidiamo di volare in questo bellissimo paese.
Atterriamo a Beirut in un giorno di settembre; nomi e luoghi del Libano, che ho imparato a conoscere attraverso le letture, ora li posso finalmente vedere e conoscere di persona. La costa, che si estende lungo il versante orientale del mediterraneo, anticamente fù abitata dai fenici; le città-stato di Biblo e Sidone evocano le numerose scoperte di cui l’umanità intera è debitrice, a cominciare dall’alfabeto. Nel territorio di Tiro, Gesù guarì la figlia di una donna siro-fenicia e sempre qui sorsero le prime comunità cristiane.
Sabra e Shatila, un quartiere di Beirut ed un ex campo profughi divenuti tristemente famosi perché nel 1982 fecero da scenario al genocidio di donne, bambini, vecchi e giovani, lasciati morire sotto il sole cocente oppure uccisi a sangue freddo; uno dei peggiori e agghiaccianti massacri della storia dell’umanità, frutto di arroganza e di violenza gratuita, in nome di una guerra (israelo-palestinese) che aveva già seminato migliaia di morti.

Troviamo l’albergo, dove soggiorneremo per i prossimi 12 giorni, molto confortevole e per prima cosa conosciamo le nostre guide: un ragazzo libanese che conosce ogni sasso e cedro del Libano ed un prete maronita, simpaticissimo, che ci porterà alla visita dei luoghi sacri.
2° giorno
Con difficoltà usciamo dalla caotica Beirut per la valle della Beqaa, una fertile vallata che si estende tra Libano e Siria. Fra queste le montagne c’è chi ha trovato una casa, un po’ di pace e…. una speranza. Il nostro pulmino corre attraverso chilometri di vigneti. La vendemmia è appena terminata così ci fermiamo in una tenuta di campagna per degustare il tradizionale “arak”, un distillato d’uva con grani d’anice e ci rilassiamo tra i campi


Arrivati ad Anjar, una piccola cittadina popolata da discendenti armeni scampati al genocidio Turco del 1915, dopo aver attentamente seguito i racconti della guida, con Egidia ci riposiamo all’ombra di una “pineta di cedri “.

Anjar è nota soprattutto per essere un centro archeologico di notevole importanza; le costruzioni risentono fortemente dell’influenza delle culture precedenti: la città ha infatti una pianta di tipo romane ed ospita il palazzo musulmano dell’antica dinastia araba di “Omayyade”, progettata nel 714-15 sotto il califfo al-Walid I. Molto bello anche il museo dove sono conservati stupende pavimentazioni a mosaico.
Ci fermiamo in un grande ristorante; il pranzo è un susseguirsi di portate coloratissime a base di verdure, frutta, cereali, legumi e nocciole. È una cucina che sfrutta ampiamente i vegetali. Indimenticabili le nocciole (che mangerò per tutto il viaggio), il Baba ghanoush, una purea (caviale) di melanzane affumicate e spezie che viene servita solitamente come antipasto insieme alla pita (pane locale senza lievito)

e la Ashta, un dolce farcito con crema a base di latte e acqua di rose. A fine pasto il caffè con il cardamomo: dopo averlo mescolato con lo zucchero bisogna lasciarlo depositare sul fondo, a saperlo ….
3° giorno
Questa mattina ripercorriamo per un tratto la valle della Beqaa; deviando a est, verso la parte più alta della valle, giungiamo a Baalbek “città del sole”, sito archeologico che ospita monumentali rovine di templi romani. Credo non ci sia racconto più bello per comprendere la maestosità di Baalbek.

14 settembre 1933
Baalbek è il trionfo della pietra, una magnificenza lapidaria, il cui linguaggio ancora visivo, riduce New York a una dimora di formiche. E’ una pietra color pesca, striata di oro rossiccio. Ha la consistenza del marmo, senza trasparenza ma con una lieve velatura, come quella delle prugne. L’ora ideale per vederla è l’alba: lo sguardo sale lungo le sei colonne, i cui fusti di pesca ed oro splendono della stessa luminosità dell’aria cerulea, e persino i basamenti privi di colonne hanno un’identità vivente, baciata dal sole, sullo sfondo delle profondità violette del firmamento. Sale ancora lo sguardo lungo questa carne scavata, lungo i fusti, fino ai capitelli sberciati ed al grande cornicione, tutti insieme sospesi nel celeste. Lo sguardo spazia oltre le mura, fino ai ciuffi verdi dei pioppi dai tronchi bianchi; oltre ancora, al Libano scintillante in lontananza di toni violacei, azzurri oro e rosa. E poi scende seguendo le montagne fino al vuoto: il deserto, solitario mare di pietra. Bevi l’aria vibrante, Accarezza la pietra con mano delicata. Da’ il tuo addio all’occidente, se lo possiedi, quindi volgiti a Oriente, turista. “La via per l’Oxiana di Robert Byron”



4° giorno
Eccomi qui… in un paese che fino a pochi anni fa era in guerra, un massacro durato quindici anni e del quale riporta chiaramente le cicatrici. Il primo impatto con Beirut è tremendo: lungo la strada il susseguirsi di orribili casermoni, tutti uguali, palazzi fatiscenti crivellati dai proiettili, parzialmente distrutti dai bombardamenti. E’ qui che vivono i profughi palestinesi, fra le macerie.



Lo scenario cambia man mano che ci si avvicina al mare: palazzine nuove si alternano a case vecchie e rovinate, negozi di ogni genere e viuzze che pullulano di gente, in parte con abiti islamici, altri vestiti all’europea; il traffico è intenso, l’inquinamento acustico e lo smog si toccano con mano, le automobili che ci circondano sono enormi “barconi” americani.


Ci incamminiamo a piedi verso il centro, incrociando parecchi monumenti e luoghi di culto; raggiungiamo alle Corniche, il lungomare di Beirut e accompagnati dal rumore delle onde scorgiamo i Pigeon Rocks (scogli del piccione).
5° giorno – visita al Patriarca
Padre Antonio, la nostra guida maronita (culto cattolico orientale), ci informa che il suo Patriarca di Antiochia ha chiesto di poterci incontrare. Così, questa mattina di buon ora, andiamo a Bkerkè, non lontano da Beirut, nella baia di Jonieh.

Saliamo sulla collina dove ha sede il patriarcato: nel cortile del grande palazzo ci sono tende militari, tutto è attentamente sorvegliato. Nella grande sala ci viene incontro un uomo minuto con un dolce sorriso. E’ il cardinale Nasrallah Pierre Sfeir, patriarca, che nei suoi 25 anni di patriarcato ha fatto spesso udire la sua voce forte contro le ingiustizie sociali e politiche, sempre in favore dei poveri e diseredati. Ci parla del suo paese, della guerra e di questa fragile tregua. Qualcosa si muove, ci dice, e noi nuovi turisti in quella antica terra ne siamo la testimonianza; ci esorta, una volta tornati a casa, ad incoraggiare il più possibile viaggi di piacere in Libano. Sull’aereo di linea MEA che ci porterà a casa, distribuiranno giornali con tanto di articolo e fotografia del nostro incontro con il Patriarca”.

Nasrallah Pierre Sfeir -Reyfoun 15/05/1920 – tutto il Paese dei cedri piange il cardinale Sfeir 12 /05/2019

Nel pomeriggio saliamo al villaggio di Harissa, importante luogo di pellegrinaggio; pochi mesi fa anche il Papa è stato qui e ci sono ancora le bandierine attorno alla bianca statua della Vergine Maria, con le braccia aperte, nel santuario maronita che domina baia di Jounieh. Conosciuta come Nostra Signora del Libano, la statua fu realizzata alla fine del XIX secolo e inaugurata nel 1908.

Accanto sorge, in stile bizantino, la basilica cattolica greca di San Paolo.

6 giorno Sidone e Tiro
Prima di partire per alcune escursioni al sud del Libano, le nostre guide ci hanno messo al corrente degli eventuali “pericoli”. Una parte del gruppo rinuncia; Egidia, che ha l’età di mia mamma, vuole andare. Così decido di accompagnarla, siamo in otto con un piccolo pulmino.

In Libano i contrasti non mancano: a tratti sembra la costa azzurra e la vita scorre tranquilla, poi, improvvisamente, passa una colonna di soldati. Ci dicono che da qualche anno la situazione è più tranquilla ma, man mano che ci si avvicina al confine sud con Israele e la Palestina, la tensione taglia, come una lama affilata. Appese in alto, scritte in arabo contro Israele, posti di blocco, soldati libanesi e caschi blu, vietatissimo fotografare.
La nostra prima mèta è Sidone (Sayda). Nella sacra Genesi, Sidone è il figlio di Canaan, nipote di Noé; la storia di Sidone risale ad oltre il 4000 a.c. quando le prime popolazioni della terra di Canaan si stabilirono sulla costa. Diventò presto uno dei principali porti del Mediterraneo, sempre in competizione con la vicina Tiro, si trasformò in breve tempo in uno dei centri più importanti della Fenicie. Nei secoli successivi Sidone passò sotto il dominio egizio, persiano, macedone, romano, bizantino, arabo, crociato e turco, e ciascuno di questi periodi ha lasciato una traccia visibile nell’aspetto e nella cultura della città.
Raggiungiamo la chiesa, attraverso un reticolo di stretti vicoli del centro antico. Ancora è tangibile la devastazione lasciata dalla guerra: strade dissestate, vecchi palazzi disabitati; ci sentiamo un po’ colpevoli per essere solo dei curiosi turisti in un luogo che ha visto tanto sofferenza. Celebriamo la messa e il sorriso cordiale dei cristiani che vivono qui allontana la nostra inquietudine.
Al porto, a poca distanza dalle rovine del castello del mare, le navi e le barche dei pescatori dondolano ordinate lungo i moli. Il Castello fù costruito dai crociati nel XIII secolo, come principale difesa del porto; collegato alla terraferma da una lunga passerella di pietra, dalla torre maggiore si può ammirare l’intera città di Sidone, su cui domina la meravigliosa grande moschea Omari, uno dei migliori esempi di architettura araba del XIII secolo. L’interno della moschea è uno spettacolo architettonico: eleganti archi e splendide decorazioni formate da arabeschi e lettere dell’alfabeto arabo intagliate con incredibile maestria.

Poco distante dalla città sorge lo spettacolare castello di San Luigi, una grande fortezza costruita dai crociati nel corso del Duecento.
Finalmente, l’antica Tiro, tanto studiata sui libri di scuola! Fù una vera regina dei mari, costituita da una serie di isolotti vicino alla costa. All’ingresso dell’area archeologica , una vasta necropoli con sepolture fino all’epoca bizantina, sarcofaghi con incisioni in latino, greco, e a lato tombe paleocristiane.
Camminando sulla via lastricata bizantina, l’Arco di trionfo calamita l’attenzione: le pietre lucide sembrano intensificare il loro riverbero di luce; siamo gli unici visitatori, la tribuna dell’ippodromo romano ci fa immaginare quanto dovesse essere imponete il monumento, secondo solo al Circo Massimo di Roma. E’ l’ora della preghiera ed il ritmato salmodiare del muezzin ondeggia nel silenzio. Questo pomeriggio resterà a lungo impresso nella mia memoria.
7° giorno Tripoli

A Nord di Beirut, verso la Siria,c’è Tripoli, città musulmana dove l’esercito è presente in modo massiccio, l’atmosfera è di una città medio-orientale, con i profumi delle spezie, del sapone, del caffè tostato, del pane appena sfornato, con il via-vai della gente nei suq…

Facciamo un giro in centro, il rumore dei clacson delle macchine è assordante

colorata la passeggiata lungo il porto.
Byblos
Adagiata sulle sponde del Mediterraneo, sonnecchia l’antichissima Byblos, con i suoi settemila anni di storia. Anche i romani lasciarono tracce significative a Byblos: grandi templi, l’anfiteatro sul mare, le terme e gli edifici pubblici. Successivamente i crociati, vi costruirono un poderoso castello a quattro torri e la cattedrale di San Giovanni.
Proprio la chiesa crociata ricorda le varie civiltà che hanno popolato Byblos: capitelli romani, portale nord arabo e portale sud crociato, mentre l’elegante battistero esterno, sormontato da una cupola, richiama l’arte italiana (la città, agli inizi del XII sec., fu per qualche anno dominio genovese).
8 giorno
Questa mattina, scarponcini ai piedi, si parte per la valle di Qadisha, passiamo da Bcharre, un piccolo paese arroccato dove è nato il celebre scrittore Gibran Kalil.

A pochi kilometri da Bcharre c’è la ricca Foresta dei Cedri del Signore (Horsh Arz el-Rab) che fin dall’antichità ricopriva il biblico monte Libano;

ora è una delle ultime riserve naturali dove è possibile ammirare cedri millenari


fra i quali, quelli scolpiti dall’artista Rudy Rahmé raffiguranti il Cristo morto.
Disseminati per la valle i monasteri cristiani più antichi del Medio Oriente, costruiti intorno al decimo secolo da gruppi di cristiani maroniti provenienti dalla valle dell’Oronte. Il nostro pulman s’inerpica sulla montagna, fra gole strettissime scolpite nella roccia dove si possono scorgere le celle degli eremiti. Fino ad arrivare a Daīr Mār Anṭūniūs Qozḥayā,

un bellissimo monastero di monaci che ci accolgono per condividere con loro il pranzo; la cappella contiene affreschi murali ispirati allo stile bizantino della Cappadocia. Si respira un’aria di frizzante spiritualità.
9 giorno

Un altro giorno con gli scarponcini ai piedi, nel cuore del territorio druso. Arriviamo a Deir El Qamar una bella cittadina, nella grande piazza donne con il capo coperto attingono l’acqua.
A poca distanza sorge il palazzo di Beiteddine, una magnifica reggia ricca di incantevoli scorci, piccole curiosità e nel bel giardino meravigliosi mosaici.

Esempio tipico dell’architettura libanese dell’inizio dell’Ottocento, la reggia fu costruita su iniziativa dell’Emiro Bechir II Chebab che si servì di architetti italiani e di artigiani siriani.
Nel pomeriggio saliamo al Shouf Cedar Nature RESEVE: è davvero emozionante passeggiare fra questi grandi alberi descritti nella Sacra Bibbia. Un viaggio in Libano vuol dire anche questo:

riposare sotto le fronde di un Cedro e respirare la loro brezza. Pace e serenità.

10 giorno
Sempre molta gente si reca ad Annaya, piccolo paese a pochi chilometri da Beirut, per pregare nel suo monastero molto coinvolgente, con una cappella principale ed un secondo luogo di preghiera dove sono conservate le spoglie di Saint Maron. Bello il chiostro interno, con un pozzo e le anfore piene di acqua sempre fresca per I fedeli. Questo è un luogo sacro per Maroniti ed è aperto a tutti. Le reliquie di San Charbel, l’”eremita del Libano”, sono qui ben conservate.


Charbel Makhluf (o Sciarbel Makhlouf), al secolo Youssef Antoun (in arabo: مار شربل; Bkaakafra, 1828 – Annaya, 24 dicembre 1898) è stato un monaco cristiano e presbitero libanese, proclamato santo da Paolo VI nel 1977. Monaco e taumaturgo dell’Ordine libanese maronita, viene considerato il “Padre Pio” del Libano: la sua fama è legata ai numerosi miracoli attribuitigli dopo la sua morte”.
Una sera Charbel tardò a rientrare in convento e per questo non aveva fatto in tempo a farsi consegnare l’olio per la sua lampada; il frate dispensiere, per punirlo di questa mancanza, si rifiutò di fare la consegna dopo l’orario prescritto. Padre Charbel rientrò nella sua cella e casualmente il dispensiere notò che nonostante l’ora tarda la finestra era illuminata. Chiamò quindi il Superiore e con questi si recò dal Santo che, con la lanterna accesa, stava leggendo il breviario. Il Superiore rimproverò Charbel per l’infrazione alla Regola chiedendogli: « Perché tenete la lanterna accesa a quell’ora? Non avete fatto il voto di povertà? ». Padre Charbel si prostrò in ginocchio, chiese perdono al Superiore e rispose che durante la giornata non avuto tempo di leggere l’Uffizio e che quindi lo faceva ora. A questo punto il dispensiere disse che lui non gli aveva dato l’olio e il Superiore interrogò Charbel in proposito per sapere dove si fosse procurato il combustibile. Questi, dopo molte insistenze, disse che vi aveva messo un po’ d’acqua. Il Superiore che credeva ai propri occhi: prese in mano la lanterna che immediatamente si spense. L’aprì, versò il contenuto sul pavimento e alla luce di una candela constatò che era acqua! Il Superiore rimase interdetto e uscendo dalla cella fra lo sgomento gli disse: « Pregate per me ».
Dal Blog In cammino verso Gesù Cristo
Sono trascorsi più di 22 anni dal mio viaggio in questa terra che, purtroppo, ha conosciuto altre guerre (con Israele 2006) e diversi attentati. Oggi, nel 2019, la convivenza fra musulmani e cristiani pare sia pacifica, in un paese che, senza contare la presenza dei numerosi campi palestinesi, ha in assoluto il più alto numero al mondo di rifugiati.
“ Ogni essere umano è una lanterna destinata a risplendere”,
ed io mi auguro che nel “paese dei Cedri” queste parole di Saint Charbel siano l’augurio per una pace duratura.
L’immaginetta di San Charbel, fin da quel 1997, occupa un posto speciale nella mia borsetta e nel mio cuore.











